L’ora del tè
DOMENICA 29 MARZO 2020
Sono le 17,30, quasi l’ora del tè. Quasi, perché in realtà sarebbero le 16,30. Oggi è scattata l’ora legale. È il ventesimo giorno di isolamento forzato. La prima cosa che Chiara mi ha detto, questa mattina, è stata questa: sono trentotto giorni che non vediamo le bambine. Si, perché l’ultimo giorno che siamo stati insieme a loro era il 19 febbraio. Eravamo stati tutti insieme a cena, per salutarci, perché il giorno dopo io e Chiara saremmo partiti per Sanremo, per occuparci della vendita dell’appartamentino di via Marsaglia e dell’acquisto di uno un po’ più grande in zona San Martino. Le date erano fissate da tempo: la vendita il 21 febbraio e l’acquisto il 28 dello stesso mese. Ci sono tante cose da fare quando si vende una casa e se ne compra un’altra. Oltre alle pratiche notarili c’è la pesante incombenza del trasloco e, prima ancora, la tinteggiatura delle pareti e altri indispensabili lavori che si rendono necessari per essere sicuri di andare ad abitare in un luogo in cui tutto sia pulito e funzionante. Insomma un bel da fare. È vero che di traslochi ne abbiamo fatti tanti negli anni, almeno cinque mi sembra e i lavori ce li siamo fatti quasi sempre da soli. Ma eravamo giovani. Questa volta no, ci siamo limitati a preparare gli scatoloni con gli oggetti più delicati e poco altro. Ma comunque sia, in un trasloco c’è sempre da stancarsi. E abbiamo anche cercato di sbrigarci prima possibile, perché alla fine di febbraio ci è giunta notizia che le scuole a Torino erano chiuse a causa delle prime manifestazioni di casi di coronavirus. Pensavamo che sarebbe stata utile la nostra presenza a Torino per fare compagnia alle bimbe (le chiamiamo ancora così, anche se ormai sono grandicelle) mentre i genitori sarebbero stati a lavorare. Così abbiamo sistemato l’indispensabile lasciando gran parte delle cose negli scatoloni e siamo partiti per il Piemonte l’8 marzo. La chiusura delle scuole era stata prorogata di almeno una settimana . L’allarme per il coronavirus era aumentato e incominciavano a chiudere o almeno a ridurre l’attività anche alcuni uffici e aziende. Parlando per telefono con Marianna, durante il viaggio di ritorno da Sanremo, abbiamo convenuto che sarebbe stato più prudente non incontrarci, almeno non subito, meglio lasciare passare qualche giorno per capire un po’ di più come sarebbero andate le cose. Le cose, come tutti ormai sappiamo da più di venti giorni, non vanno per niente bene. Alla prudenza un po’ allarmata dei primi di marzo è subentrato l’obbligo di non circolare e stare tutti chiusi in casa. Subito la cosa non ci è parsa neppure tanto dura, presi come eravamo dall’impegno a programmare la vita nella nuova condizione di domicilio coatto: organizzare la dispensa e il frigo e fare le provviste necessarie per un po’ di giorni, disdire o rinviare impegni presi in precedenza, fare scorta delle medicine che prendiamo tutti i giorni, provvedere alle pulizie domestiche, e ogni tanto tentare l’impossibile ricerca di qualche mascherina. Ma passati i primi giorni abbiamo incominciato a patire sempre più la durezza della vera insopportabile dittatura determinata dal coronavirus: la regola del distanziamento sociale. Per noi che siamo abituati a vedere spesso le nostre nipoti le videochiamate sono una magra consolazione. Certo, meglio che niente. Mah.
Speriamo che tutto vada per il meglio. Dicono che usciremo trasformati,che nulla sarà più come prima. Speriamo non tanto. Non sentiamo tutta questa urgenza di cambiare le nostre abitudini di vita. Per noi che abbiamo l’età che abbiamo l’adattamento a una vita molto diversa non sarebbe una cosa facile. Sono pensieri tristi? Forse un po’. Ma sono pensieri realistici. Probabilmente la Chiara sta pensando le stesse cose. È seduta sul divano, davanti alla tele e vedo che ha gli occhi lucidi e fa un sospiro. E allora è il momento di abbandonarli questi pensieri. Si sono fatte le cinque vere, proprio l’ora del tè. Lo preparo io. Chiara mi chiede che dolcetti abbiamo. Le ricordo che abbiamo ancora due Schoko Kusse (sottotitolo Leckere Schaumkusse). Una specie di bomboloni di cioccolato ripieni di una soffice schiuma di bianco d’uovo, acquistati in una delle mie incursioni al nuovo supermercato Aldi, il più vicini che abbiamo, dove ogni tanto vado a fare rifornimenti (non solo di Schoko Kusse) perché non si fanno lunghe code per entrare. Anche questa delle lunghe code è una delle tante cose che rientra sotto il dominio della regola del distanziamento sociale. Il tè è pronto. Gli Schoko Kusse sono comunque una piccola consolazione.
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