Il nostro rapporto con la natura
Da tempo ormai, gli
ambientalisti ci dicono, dati alla mano, che la situazione del pianeta sul
quale viviamo è preoccupante: gli oceani sono pieni di plastica, i cieli delle
nostre città sono carichi di polveri sottili cancerogene, aumenta il numero
delle specie animali in via di estinzione, la deforestazione è in aumento,
molti ghiacciai sono ormai scomparsi, il surriscaldamento dell’atmosfera
terrestre sta provocando lo scioglimento delle calotte polari e il conseguente innalzamento
del livello dei mari. Insomma, l’ambiente e la natura stanno proprio male. E la
causa di tutto questo sembra vada attribuita, almeno in parte, al modo in cui
l’uomo agisce sull’ambiente.
Se ciò è vero, è evidente che accanto ad una azione politica, di una politica
ambientale come quella invocata da Greta
Thunberg (prima che la situazione del
pianeta Terra arrivi al punto di non ritorno), è necessario che, anche a livello individuale, ognuno di noi
rifletta e si adoperi per costruire un più armonioso rapporto con la natura.
È una faccenda piuttosto complessa, perché bisogna rendersi disponibili a
mettere in discussione mentalità e abitudini spesso molto radicate. E non c’è
una soluzione valida per tutti e per sempre all’esigenza di soddisfare un tale
bisogno.
Gli ambientalisti ci invitano spesso ad un maggiore rispetto della natura. Ma cosa vuol dire rispetto della natura? Vuol dire rinunciare alla possibilità/necessità di modificarla? È possibile ed ha un senso vagheggiare, come molti ambientalisti fanno, il ritorno ad una natura intatta, ad un paradiso perduto libero dalle contaminazioni umane?
Pensando su cosa dovrebbe basarsi la ricerca di un rapporto più armonico con la natura, mi vengono in mente tre cose.
La prima è la consapevolezza che noi facciamo parte della natura.
Alcuni dei gravi problemi che ci troviamo a dover affrontare oggi come abitanti
del pianeta Terra derivano dal fatto che, soprattutto nell’era moderna, questa
consapevolezza si è affievolita. Cioè abbiamo preso l’abitudine di percepire la
natura come una realtà che sta fuori di
noi e ci rapportiamo ad essa semplicemente come consumatori di risorse utili per
il nostro benessere. La natura non è una realtà “altra” (che va consumata o
conservata). L’uomo ne è parte costitutiva.
La seconda cosa è la capacità di contemplare la natura, cioè di conoscerla in modo diretto, non solo
attraverso i principi e le leggi che la scienza e la tecnica scoprono e ci
trasmettono.
La conoscenza diretta della natura, e quindi la capacità di cogliere, provare
(e trasmettere) emozioni attraverso tale
conoscenza. È l’approccio privilegiato dagli artisti.
Ascoltare e capire il linguaggio della natura. Lo avevano ben chiaro, ad
esempio, gli impressionisti che portavano i loro cavalletti e le loro tavolozze
en plei n air per provare una emozione particolare, quella di cogliere la luce
in tutte le sue sfumature e in tutti i suoi continui mutamenti, non quella
rarefatta dei loro laboratori. Monet usava l’espressione “stordimento della
luminosità”. E un altro grande, Vincent Van Gogh, a chi gli chiedeva come mai
trascorresse tante ore (persino giorni) a guardare i paesaggi che poi metteva
su tela rispondeva: “la natura non bisogna imitarla bisogna conoscerla”.
La terza cosa è che la nostra
necessità/capacità di trasformare la natura, di essere creativi quindi (per provvedere a ciò che ci serve per
sopravvivere) non va messa in discussione
. Ma deve essere orientata al fine di assicurare la conservazione della specie
umana e del suo ambiente. Torniamo così al punto centrale: solo se ci
concepiamo come parte della natura riusciremo a bandire e/o correggere ogni
approccio distruttivo, perché risulterebbe un approccio autodistruttivo.
Se ci rendiamo conto che il modo in cui viviamo ci pone in disarmonia col resto
della natura, insomma che il mondo così com’è (come lo abbiamo costruito) ci
sembra sbagliato, sta a noi operare (cooperare) per determinare un cambiamento (che
implicherà comunque sempre una trasformazione della natura).
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