Il fiore del deserto
La ginestra o il fiore del deserto
Giacomo Leopardi
1836
Il tema di questo canto è il rapporto tra l’uomo e la
natura.
La visione di Leopardi, come è noto, è pessimistica: la natura è matrigna e
all’origine del dolore e dell’infelicità che accomuna tutti gli esseri umani.
Ma non è ammessa alcuna fuga individualistica. Anzi, bisogna avere il coraggio
di guardare la realtà per quella che è, perdere ogni illusione sulle
“magnifiche sorti e progressive” e acquisire la capacità di resistere e reagire
(resilienza).
Fa da sfondo a questa riflessione del poeta il paesaggio naturale, quasi selvaggio, delle pendici del Vesuvio, il vulcano poco lontano dalla città di Napoli (dove Giacomo soggiornò tra il 1833 e il 1837).
Nel 1836 scoppiò a Napoli una epidemia di colera, Giacomo e il suo amico Antonio Ranieri si rifugiarono in una villa situata proprio sulle pendici del Vesuvio, tra Torre del Greco e Torre Annunziata . Quel paesaggio vulcanico a tratti inospitale fornì ispirazione alle ultime liriche del giovane poeta. Liriche improntate al pessimismo, certo, ma contenenti anche l’idea che gli esseri umani possono far fronte all’”aspra sorte” (e quindi all’infelicità) che li accomuna con la collaborazione, la solidarietà reciproca.
La ginestra, un fiore che cresce dove crescere è difficile (nella nera e dura terra vulcanica) è perciò simbolo del coraggio e della forza necessari per affrontare le avversità della vita.
La ginestra o il fiore del deserto è uno degli ultimi componimenti di Giacomo Leopardi e viene considerato il suo testamento letterario e spirituale. Composto da 317 versi – endecasillabi e settenari – raccolti in strofe libere, con la presenza di rime al mezzo. Qui di seguito vengono riportati alcuni passaggi. Il testo completo può essere letto a questo link.
LA GINESTRA
Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor nè fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
Che cingon la cittade
La qual fu donna de’ mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
Di ceneri infeconde, e ricoperti
Dell’impietrata lava,
Che sotto i passi al peregrin risona;
Dove s’annida e si contorce al sole
La serpe, e dove al noto
Cavernoso covil torna il coniglio;
Fur liete ville e colti,
E biondeggiàr di spiche, e risonaro
Di muggito d’armenti;
Fur giardini e palagi,
Agli ozi de’ potenti
Gradito ospizio; e fur città famose
Che coi torrenti suoi l’altero monte
Dall’ignea bocca fulminando oppresse
Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola. A queste piagge
Venga colui che d’esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
E’ il gener nostro in cura
All’amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell’uman seme,
Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
Son dell’umana gente
Le magnifiche sorti e progressive.
…
Nobil natura è quella
Che a sollevar s’ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale;
Quella che grande e forte
Mostra se nel soffrir, nè gli odii e l’ire
Fraterne, ancor più gravi
D’ogni altro danno, accresce
Alle miserie sue, l’uomo incolpando
Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de’ mortali
Madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
Congiunta esser pensando,
Siccome è il vero, ed ordinata in pria
L’umana compagnia,
Tutti fra se confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune. Ed alle offese
Dell’uomo armar la destra, e laccio porre
Al vicino ed inciampo,
Stolto crede così, qual fora in campo
Cinto d’oste contraria, in sul più vivo
Incalzar degli assalti,
Gl’inimici obbliando, acerbe gare
Imprender con gli amici,
E sparger fuga e fulminar col brando
Infra i propri guerrieri.
Così fatti pensieri
Quando fien, come fur, palesi al volgo,
E quell’orror che primo
Contra l’empia natura
Strinse i mortali in social catena,
Fia ricondotto in parte
Da verace saper, l’onesto e il retto
Conversar cittadino,
E giustizia e pietade, altra radice
Avranno allor che non superbe fole,
Ove fondata probità del volgo
Così star suole in piede
Quale star può quel ch’ha in error la sede.
…
E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l’avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Nè sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell’uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.
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