Una limpida visione della natura
Oggi è il novantasettesimo anniversario della nascita di Italo Calvino, uno dei più grandi scrittori italiani del ‘900.
Italo Calvino è un narratore che ci è particolarmente caro, per due motivi.
Il primo è che ci ha regalato la raccolta di tutte le fiabe popolari italiane, regione per regione. Leggerle o ascoltarle è uno spasso indescrivibile.
Il secondo motivo è che in uno dei suoi racconti fantastici più famosi ci consegna una limpida visione della natura, quale emerge da una realtà in cui una forte comunanza con le piante e gli animali è cosa normale (e da essa può derivare anche una più chiara visione della vita stessa).
Parliamo del racconto “Il barone rampante”, nel quale l’autore immagina che vi
sia stato un tempo (lontano ma neanche troppo) in cui la vegetazione era così lussureggiante da consentire, a chi ne avesse avuta voglia, di salire sugli alberi e, spostandosi di ramo in ramo, percorrere anche molti chilometri. Il protagonista del racconto, il baronetto Cosimo Piovasco di Rondò (un ragazzo di dodici anni), salito un giorno su un elce dopo un litigio coi genitori, per un atto di disubbidienza, vivrà sugli alberi per il resto della sua vita.
Ecco come il fratello di Cosimo (voce narrante del racconto) descrive i luoghi della fantastica vicenda del barone rampante:
Io non so se sia vero quello che si legge nei libri, che in antichi tempi una scimmia che fosse partita da Roma saltando da un albero all’altro poteva arrivare in Spagna senza mai toccare terra. Ai tempi miei di luoghi così fitti d’alberi c’era solo il golfo d’Ombrosa da un capo all’altro e la sua valle fin su le creste dei monti; e per questo i nostri posti erano nominati dappertutto.
Ora, già non si riconoscono più, queste contrade. S’è cominciato quando vennero i Francesi, a tagliar boschi come fossero prati che si falciano tutti gli anni e poi ricrescono. Non sono ricresciuti. Pareva una cosa della guerra, di Napoleone, di quei tempi: invece non si smise più. I dossi sono nudi che a guardarli, noi che li conoscevamo da prima, fa impressione.
Allora, dovunque s’andasse, avevamo sempre rami e fronde tra noi e il cielo. L’unica zona di vegetazione più bassa erano i limoneti, ma anche là in mezzo si levavano contorti gli alberi di fico, che più a monte ingombravano tutto il cielo degli orti, con le cupole del pesante loro fogliame, e se non erano fichi erano ciliegi dalle brune fronde, o più teneri cotogni, peschi, mandorli, giovani peri,
prodighi susini, e poi sorbi, carrubi, quando non era un gelso o un noce annoso. Finiti gli orti, cominciava l’oliveto, grigio-argento, una nuvola che sbiocca a mezza costa. In fondo c’era il paese accatastato, tra il porto in basso e in su la rocca; ed anche lì, tra i tetti, un continuo spuntare di chiome di piante: lecci, platani, anche roveri, una vegetazione più disinteressata e altera che prendeva sfogo -un ordinato sfogo- nella zona dove i nobili avevano costruito le ville e cinto di cancelli i loro parchi.
Sopra gli olivi cominciava il bosco. I pini dovevano un tempo aver regnato su tutta la plaga, perché ancora s’infiltravano in lame e ciuffi di bosco giù per i versanti fino sulla spiaggia del mare, e così i larici. Le roveri erano più frequenti e fitte di quel che oggi non sembri, perché furono la prima e più pregiata vittima della scure. Più in su i pini cedevano ai castagni, il bosco saliva la montagna, e non se ne vedevano confini. Questo era l’universo di linfa entro il quale noi vivevamo, abitanti d’Ombrosa, senza quasi accorgercene.
Le foto utilizzate in questo post sono tratte, nell’ordine: -foto in evidenza: minimaetmoralia.it ; -prima foto nel post: doppiozero.com; -seconda foto nel post: my-libraryblog.com ; -terza foto nel post: artribune.com; – quarta foto nel post: voce.it; -quinta foto nel post: artribune.com
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