Di chi siamo?
A quali cose sentiamo di appartenere? Quali cose ci appartengono? Sono domande che ci facciamo, tra le altre, quando cerchiamo di definire la nostra identità.
Sul tema, una bella poesia segnalata da “Ufficio delle poesie smarrite”(una newsletter del Corriere Della Sera curata da Luca Mastrantonio).
È del poeta boemo Jirì Orten:
Io sono dei piovaschi e delle siepi
e delle erbe chinate dalla pioggia
e della chiara canzone che non gorgheggia,
del desiderio che sta chiuso in lei.
Di chi sono?
Io sono di ogni piccola cosa smussata
che mai spigoli ha conosciuto,
dei piccoli animali che reclinano la testa,
sono della nuvola quando è straziata.
Di chi sono?
Io sono del timore che mi ha tenuto
con le sue trasparenti dita,
del coniglietto che in un giardino in penombra
esercita il suo fiuto.
Di chi sono?
Io sono dell’inverno ostile ai frutti
e della morte, se il tempo lo chieda,
io sono dell’amore, di cui sbaglio la porta,
al posto di una mela ai vermi lasciato in preda.
Jirì Orten è lo pseudonimo che il giovane poeta cecoslovacco di origine ebraica Jirì Ohrenstein adottò nel 1939 a causa delle leggi razziali introdotte nel suo Paese.
Ebbe una vita brevissima, morì nel 1941 a soli 22 anni a seguito di un incidente stradale. Su Wikipedia si legge: “Trasportato all’Ospedale generale, gli fu negato il ricovero a causa della sua origine ebraica; trasferito in stato di coma in un ambulatorio destinato ai soli ebrei, non si risvegliò più”.
Nonostante la sua giovane età è considerato uno dei maestri della poesia che si è sviluppata in Cecoslovacchia tra le due guerre, una poesia di avanguardia che subiva l’influenza dell’espressionismo tedesco.
Ha lasciato alcuni romanzi, opere teatrali e saggi letterari. Ha lasciato anche sei raccolte di poesie. Una di esse, Ohnice, fu pubblicata proprio nell’anno della sua morte e contiene la poesia Čí jsem? (Di chi sono?). Una raccolta delle sue poesie, col titolo “La cosa chiamata poesia” è stata pubblicata in italiano nel 1969 dalla casa editrice Einaudi di Torino.
Jirì Orten appartiene ad una generazione che ha vissuto anni difficili, che vedeva intorno a sé molto dolore e angoscia e nelle sue opere esprimeva un sentimento tragico della vita.
Il suo rapporto con la natura non è idilliaco. In essa non trova pace e conforto ma un riflesso delle sue angosce e delle sue paure. La natura alla quale appartiene è quella delle “erbe chinate dalla pioggia”, “dei piccoli animali che reclinano la testa”, “dell’inverno ostile ai frutti”…
Altre poesie tratte dalla raccolta “La cosa chiamata poesia”:
Ecco la grande pioggia
Ecco, anima mia, la grande pioggia, da oasi nel deserto,
da paesaggio di pietra, dove non filtra goccia,
ecco, la grande pioggia, diluvio che ci sommerge,
sogno di noi assetati, sogno dove berremo,
sogno dimenticato, sogno di pace perfetta,
sogno di una canzone, da tempo nella tastiera,
ecco, anima mia, la grande pioggia, da nubi
di parole e d’estate, ronzio di finestre e di ruote,
caduta, ma senza dolore, in cui la bellezza non si perde,
soltanto una quiete dolce, paese di biondi capelli,
labbra dischiuse, e mai sul limite estremo,
nembo che passerà fino al cader delle foglie,
e tempo a quel momento, tempi ancora,
che anche all’eterno verranno grigi i capelli,
ecco, anima mia, la grande pioggia, la pioggia che sognavi,
prima che la bonaccia venga, che tu ti risvegli.
Danessunluogo
Danessunluogo è il paradiso,
la beata trasparenza,
dove nessuno è brutto,
dove nessuno è bello,
il dolcissimo nulla,
l’eterno lieve spirare,
la grande porta alla luce
che tu non potrai guardare.
Eppure la mia vita
turbina in me qualcosa,
che un giorno imputridirà,
che il vento disperderà
e io, io cambiato,
io, domandare appagato,
vado dove non sono più giorni,
dove volvono eterne ruote.
2.
Povero soldato nel buio
con occhi meravigliati,
giacenti sopra la terra,
che come un fucile lo serra.
Da dovunque (danessunluogo?)
dalla vita vulnerata
zampilla il suo pudore,
il suo rosso dolore.
È la terra che fa sangue
e lui di sangue la feconda,
simile ad un amante,
che la gloria riempia di sé,
gloria di tutti i morti,
loro gloria viva,
sensibile come odorato,
come canto che sia cantato.
3.
Chi il petto ci guarirà,
chi il brutto renderà bello,
chi annullerà la Bilancia
per la frenetica danza,
da dovunque, danessunluogo,
fino al segnale della fine,
fino alla nostra quiete eterna
nella luce senza lucerna?
Domandalo alla madre.
Domandalo all’acqua di gelo,
che rapida scorre,
che rapida corre,
nei suoi gorghi a turbinare
e al pane li va a portare.
Domandalo alla tua inquieta
attesa – e al poeta.
La cosa chiamata poesia
La cosa chiamata poesia
quella vorresti fare?
In solitudine singhiozzare
e tanto volere bene
Senti? È il suo ticchettio
così disperato giocare
La cosa chiamata poesia
quella vorresti fare?
Forse lo sai che spesso
la parola è troppo sciocca
ma Dio ti chiude la bocca
e altro non ti può dare
La cosa chiamata poesia
quella vorresti fare?
L’immagine in evidenza è tratta da: equilibrilibreria.it
L’immagine nel testo è tratta da: internopoesia.com
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