Confessioni di un teppista (e di un malandrino)
Confessione di un teppista è una poesia scritta nel 1920 dal poeta russo Sergéj Aleksándrovič Esénin. Nel 1975 è diventata il testo di una canzone del musicista italiano Angelo Branduardi.
Sergéj Esénin (1895 – 1925) è uno dei poeti russi più grandi, amato in tutto il mondo.
Nella sua biografia si legge: dotato di una personalità romantica, s’innamorava frequentemente, ebbe tre mogli e molte amanti. Dopo la rivoluzione comunista dell’ottobre 1917, credendo che essa avrebbe comportato una vita migliore, la sostenne, ma subito si disilluse e talvolta criticò il governo bolscevico, in poesie come L’ottobre severo mi ha ingannato. Ma alla polizia segreta del regime sovietico (la famigerata GPU) non piacquero le critiche del poeta al regime.
L’alcolismo cronico di cui il poeta soffriva lo portò nel 1925 ad un ricovero in ospedale psichiatrico. Alcuni sostengono che quel ricovero avvenne per tenere Esénin al riparo dalla GPU.
Il 28 dicembre del 1925 Esénin morì impiccato nella sua stanza d’albergo, all’età di 30 anni. Aveva scritto una poesia di congedo usando come inchiostro il proprio sangue.
All’ipotesi del suicidio si affianca l’opinione che la morte autoinflitta sarebbe una montatura e che Esénin sarebbe stato in realtà ucciso da agenti della GPU.
Certamente non fu il poeta della rivoluzione. Come ha scritto Lev Trotskj in un saggio dopo la sua morte, “lui e la rivoluzione non erano fatti della stessa pasta. Esénin era intimo, tenero, lirico – la rivoluzione è pubblica, epica, catastrofica”.
E nel suo intimo Esénin era rimasto legato alle origini contadine, cristiane, popolari. “Dal passato – si legge ancora nel saggio di Trotsky – lo hanno strappato con le radici, radici che nel presente non hanno attecchito. La città non lo ha rafforzato, ma lo ha fatto traballare, lo ha estraniato”. Lo ha reso – come ha detto il poeta Majakovskij – “una persona che butta via la propria vita”.
Nella poesia Confessione di un teppista, del 1920, con grande lirismo e potenza narrativa, Esénin racconta ancora una volta il suo disagio esistenziale, il sentirsi sostanzialmente estraneo al mondo nel quale viveva.
Le poesie di Esenin hanno ispirato, sia in patria che all’estero, varie composizioni musicali.
Tra il 1956 e il 1964 il compositore russo Georgij Vasilevich Sviridov (1915-1998) ha scritto cantate per coro e orchestra e romanze per pianoforte.
Nel 1975 il cantautore italiano Angelo Branduardi ha composto, sulle parole della poesia Confessione di un teppista,
uno dei suoi brani più celebri, Confessioni di un malandrino.
Nel 1981, nell’album Branduardi ‘81 è presente il brano La cagna tratto dalla poesia di Esénin La canzone della cagna.
Nel 2000 il cantante rap Caparezza prende spunto da un verso di Confessioni di un malandrino per una sua composizione: La fitta sassaiola dell’ingiuria (brano nato dalla collaborazione con lo stesso Branduardi).
Più recentemente (2008) La band metalcore Bring Me The Horizon ha pubblicato una canzone, It Was Written in Blood, basata sull’ultima poesia di Esénin.
Qui di seguito la poesia Confessione di un teppista e, a fianco, la versione usata da Angelo Branduardi per la canzone Confessioni di un malandrino:
Confessione di un teppista
Non a tutti è dato cantare,
non a tutti è dato cadere
come una mela ai piedi degli altri.
È questa la confessione piú grande
che possa mai farvi un teppista.
Io vado a bella posta spettinato
col capo sulle spalle come un lume a petrolio.
Mi piace rischiarare nelle tenebre
l’autunno senza foglie delle vostre anime.
Mi piace quando i sassi dell’ingiuria
mi volano addosso come la grandine d’una ruttante bufera.
Stringo allora piú forte con le mani
la bolla tremula dei miei capelli.
È cosí dolce allora ricordare
lo stagno erboso e il rauco suono dell’alno
e mio padre e mia madre viventi in qualche luogo,
che s’infischiano di tutti i miei versi
e mi amano come il campo e la carne,
come la pioggerella che a primavera rende soffice il verde.
Verrebbero a infilzarvi con le forche
per ogni vostro grido contro di me scagliato.
Poveri genitori contadini!
Siete di certo diventati brutti,
temete sempre Dio e le viscere palustri.
Potreste almeno capire
che vostro figlio in Russia
è il migliore poeta!
Il cuore non vi si copriva di brina per la sua vita,
quand’egli si bagnava i piedi nudi nelle pozze autunnali?
Ora invece cammina in cilindro
e con le scarpe lucide.
Ma sopravvive in lui l’antica foga
del monello di campagna.
Ad ogni mucca delle insegne di macelleria
di lontano egli manda un saluto.
Ed incontrando i vetturini in piazza,
ricordando l’odore di letame dei campi nativi,
egli è pronto a reggere la coda d’ogni cavallo
come lo strascico d’una veste nuziale.
Io amo la patria.
Amo molto la patria!
Anche se una mestizia rugginosa avvolge i suoi salici.
Mi sono gradevoli i grugni imbrattati dei maiali
e la voce dei rospi sonante nella quiete notturna.
Io sono teneramente malato di ricordi d’infanzia,
sogno la bruma delle umide sere d’aprile.
Come per riscaldarsi il nostro acero
s’è accoccolato al rogo del tramonto.
Oh, quante volte mi sono arrampicato sui rami
a rubare le uova dai nidi dei corvi!
È ora sempre lo stesso, con la cima verde?
La sua corteccia è dura come prima?
E tu, mio diletto,
fedele cane pezzato?!
La vecchiezza ti ha reso stridulo e cieco
e vaghi per il cortile, trascinando la coda penzolante,
senza piú ricordare dove sia la porta e dove la stalla.
Come mi sono care quelle birichinate
quando, sottratto a mia madre un cantuccio di pane,
lo mordevamo insieme uno alla volta,
senza avere ribrezzo l’uno dell’altro.
Io non sono cambiato.
Non è cambiato il mio cuore.
Come fiordalisi nella segala fioriscono gli occhi nel viso.
Stendendo stuoie dorate di versi,
vorrei dirvi qualcosa di tenero.
Buona notte!
A voi tutti buona notte!
Piú non tintinna nell’erba del crepuscolo la falce del tramonto.
Stasera ho tanta voglia di pisciare
dalla finestra mia contro la luna.
Azzurra luce, luce cosí azzurra!
In quest’azzurro anche il morir non duole.
Che importa se ho l’aria d’un cinico
dal cui sedere penzola un fanale!
Vecchio e bravo Pegaso straccato,
mi occorre forse il tuo morbido trotto?
Sono venuto come un maestro austero
a decantare e a celebrare i sorci.
Simile a un agosto, la mia zucca
si effonde in vino di capelli tumultuosi.
Io voglio essere una gialla vela
per quel paese verso cui navighiamo.
Sergej Aleksandrovič Esénin 1920
Confessioni di un malandrino
Mi piace spettinato camminare
Col capo sulle spalle come un lume
Così mi diverto a rischiarare
Il vostro autunno senza piume
Mi piace che mi grandini sul viso
La fitta sassaiola dell’ingiuria
Mi agguanto solo per sentirmi vivo
Al guscio della mia capigliatura
Ed in mente mi torna quello stagno
Che le canne e il muschio hanno sommerso
Ed i miei che non sanno di avere
Un figlio che compone versi
Ma mi vogliono bene come ai campi
Alla pelle ed alla pioggia di stagione
Raro sarà che chi mi offende
Scampi alle punte del forcone
Poveri genitori contadini
Certo siete invecchiati e ancor temete
Il Signore del cielo e gli acquitrini
Genitori che mai non capirete
Che oggi il vostro figliolo è diventato
Il primo fra i poeti del Paese
Ed ora in scarpe verniciate
E col cilindro in testa egli cammina
Ma sopravvive in lui la frenesia
Di un vecchio mariuolo di campagna
E ad ogni insegna di macelleria
La vacca si inchina sua compagna
E quando incontra un vetturino
Gli torna in mente il suo concio natale
E vorrebbe la coda del ronzino
Regger come strascico nuziale
Voglio bene alla patria
Benché afflitta di tronchi rugginosi
M’è caro il grugno sporco dei suini
E i rospi all’ombra sospirosi
Son malato di infanzia e di ricordi
E di freschi crepuscoli d’Aprile
Sembra quasi che l’acero si curvi
Per riscaldarsi e poi dormire
Dal nido di quell’albero, le uova
Per rubare, salivo fino in cima
Ma sarà la sua chioma sempre nuova
E dura la sua scorza come prima
E tu mio caro amico vecchio cane
Fioco e cieco ti ha reso la vecchiaia
E giri a coda bassa nel cortile
Ignaro delle porte dei granai
Mi sono cari i miei furti di monello
Quando rubavo in casa un po’ di pane
E si mangiava come due fratelli
Una briciola l’uomo ed una il cane
Io non sono cambiato
Il cuore ed i pensieri son gli stessi
Sul tappeto magnifico dei versi
Voglio dirvi qualcosa che vi tocchi
Buona notte alla falce della luna
Sì cheta mentre l’aria si fa bruna
Dalla finestra mia voglio gridare
Contro il disco della luna
La notte è così tersa
Qui forse anche morire non fa male
Che importa se il mio spirito è perverso
E dal mio dorso penzola un fanale
O Pegaso decrepito e bonario
Il tuo galoppo è ora senza scopo
Giunsi come un maestro solitario
E non canto e celebro che i topi
Dalla mia testa come uva matura
Gocciola il folle vino delle chiome
Voglio essere una gialla velatura
Gonfia verso un paese senza nome.
Traduzione di Renato Poggioli e adattamento di Angelo Branduardi 1972
Le differenze tra i due testi sono evidenti. E meritano una riflessione.
La traduzione di Ripellino è attenta, per esplicita volontà, a mantenere le caratteristiche grafiche del testo originale. Quindi niente rime e strofe che rispondano ad una metrica ben definita. La versione di Branduardi (a sua volta modellata su una traduzione di Renato Poggioli) deve rispondere alle esigenze di un cantante che ha una precisa caratteristica, quella di cantare alla maniera dei menestrelli medievali, cui si adattano meglio la metrica e le rime.
Ma vi sono anche differenze più profonde, di contenuto, che vale la pena rilevare. Esse sono state messe bene in evidenza nell’analisi svolta da Demetrio Marra su Treccani online. E riguardano la poetica di un giovane letterato in rotta col mondo:
“Nella poesia di Esènin la narrazione è non lineare, scapestrata: quasi uno sproloquio autoarcheologico, senza fini particolari se non la propria esposizione. Il poeta-pellegrino racconta la sua di vita e di nessun altro, con un fare quasi beat, anticipatamente. Dunque non può che “pisciare” dalla finestra, contro una luna che è ottusa, assente. Il menestrello invece, qual è Branduardi, che racconta e con intermittenza può sovrapporsi al protagonista dei suoi racconti ma non è obbligato, “grida” alla luna (e nell’esecuzione al grido corrisponde un’effettiva alzata di voce) che è partecipe del suo canto, in qualche modo. Son due personaggi diversi, ancora: da un lato il poeta “maledetto”, in rapporto conflittuale con società e natura, … dall’altro il bardo, che racconta, che rielabora, che riscrive e che si pone in continuo, e tutto sommato pacifico, dialogo col mondo”.
L’immagine in evidenza è tratta da: inx.whipart.it
Le altre immagini sono tratte, nell’ordine, da: ibs.com; teatrocivico.it
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