Baba e Night
Le canzoni Baba O’Riley e Night in Withe Satin hanno qualcosa che le accomuna: entrambe sono esempi di un rock che, tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70, introdusse l’uso di strumenti solitamente utilizzati dalla musica classica, come l’organo e gli archi. Insomma una strumentazione più ampia di quella solitamente presente nella tipica band rock, fino ad assumere caratteristiche che sfociano in quello che viene definito rock sinfonico, con l’utilizzo di vere e proprie sezioni orchestrali di stampo classico (come avviene nel caso di Night in Withe Satin).
Baba O’Riley – The Who (1971)
Il brano è stato chiamato così, in omaggio agli idoli del suo autore, Pete Townshend: Meher Baba, mistico indiano di cui Pete era seguace e Terry Riley, esponente di rilievo della musica minimalista. In origine la canzone doveva essere inserita nell’opera rock Lifehouse, rimasta incompiuta: un racconto utopico su un mondo dispotico in cui l’inquinamento costringe le persone a sopravvivere indossando tute spaziali fornite da una entità che controlla tutti.
La canzone ha avuto molte interpretazioni per quanto riguarda il suo significato, non sempre concordi, ma a colpire è soprattutto la parte strettamente musicale. E’ una vera e propria scarica di energia, una canzone “forte” che si è fatta amare da generazioni di appassionati.
Il testo tratta problematiche giovanili, parla di un ragazzo che si è “dovuto fare da sé”, che ha dovuto lavorare per vivere e che “non ha bisogno di lottare per provare che ha ragione, né di essere perdonato”.
Il memorabile inizio (ottenuto dagli Who usando una funzione del loro Lowrey Tbo-1 organ, una scelta anomala all’epoca) elettrizza e ha elettrizzato generazioni di ascoltatori mescolando il rock popolare e scelte di avanguardia. Spettacolare l’assolo finale di violino, lascia davvero senza fiato.
(Questa presentazione è tratta da laquintat.it)
Testo
Out here in the fields
I fight for my meals
I get my back into my living
I don’t need to fight
to prove I’m right
I don’t need to be forgiven
yeah, yeah, yeah, yeah, yeah
Don’t cry, don’t raise your eye
it’s only teenage wasteland
Sally, take my hand
we’ll travel south cross land
put out the fire
and don’t look past my shoulder.
The exodus is here
the happy ones are near
let’s get together
before we get much older.
Teenage wasteland
it’s only teenage wasteland
teenage wasteland, oh yeah
it’s only teenage wasteland
they’re all wasted!
Traduzione
Qui fuori nei campi
lotto per poter mangiare
sudo per farmi una vita
ma non ho bisogno di combattere
per dimostrare che ho ragione
non ho bisogno di essere perdonato
Non piangere, non alzare gli occhi
è solo desolazione giovanile
Sally, prendi la mia mano
viaggeremo attraverso il paese verso sud
spegni il fuoco
e non guardare indietro
l’esodo è qui
le persone felici sono vicine
uniamoci a loro
prima di diventare troppo vecchi
Desolazione giovanile
è solo desolazione giovanile
desolazione giovanile
desolazione giovanile
sono tutti perduti!”.
(Traduzione a cura di Alessandro Menegaz)
Scrive Valerio D’onofrio su Ondarock:
Intro minimalista dedicata a Terry Riley, successivo ingresso di piano, batteria, basso, chitarra e voce che rendono “Baba O’Riley” uno dei grandi classici del pop-rock mondiale, con stacchi imperiosi e granitici con loop minimalista costantemente in sottofondo, fino all’inatteso colpo di genio con assolo di violino che accelera gradualmente sino ai rapidi ritmi finali.
I testi della rock opera “Lifehouse”, mai completata e della quale il brano avrebbe dovuto far parte, raccontano di una Gran Bretagna distopica, distrutta da guerre e inquinamento, dove la libertà è definitivamente perduta. Alcuni giovani però (“Teenage Wasteland” quello che doveva essere il titolo iniziale) riescono a creare una resistenza.
Tra citazioni musicali e inni di libertà, “Baba O’Riley” appare un piccolo miracolo del genio della band britannica, un’opera anticipatrice che stupisce ancor oggi per la sua preveggenza”.
QUI la copertina del vinile 45 giri del complesso The Who del 1971
QUI per ascoltare la versione originale del 1971
QUI per ascoltare l’esecuzione live del 2023
Nights In White Satin – The Moody Blues – 1967
I Moody Blues sono un gruppo rock inglese (Birminghan), ancora attivo, tra i pionieri del prog-rock e anche dei concept album (una composizione fatta di più brani legati da una unica struttura concettuale). Night in White Satin fa parte del concept album Days Of Future Passed, che parte dall’alba e canzone dopo canzone arriva, appunto, alle “notti in raso bianco, che non finiscono mai”. Il tutto in una atmosfera da melodramma che viene resa musicalmente più intensa con il ricorso agli archi di una orchestra sinfonica (London Symphony Orchestra). Ed è proprio questa la principale caratteristica di Nights in White Satin. Scrive a questo proposito Claudio Fabretti su OndaRock: viene rivoluzionato il canone della canzone pop, spostando il baricentro dall’essenzialità del nocciolo (il ritornello) alla magnificenza del contorno (gli arrangiamenti, la veste orchestrale). E il merito, oltre ai Moody Blues, va al loro straordinario strumento-principe: il mellotron. Il geniale congegno ideato nel 1963 da Nick Awde, nelle mani del tastierista Mike Pinder, assume il suo ruolo più tipico, che avrebbe poi contraddistinto l’intera epopea progressive, quello di tappeto orchestrale avvolgente, in grado, nella fattispecie, di sostituire un’intera sezione d’archi. Non è solo un trucco: la band di Birmingham riesce a carpire tutte le potenzialità dello strumento, al servizio di un epos romantico e disperato, in cui giocano un ruolo decisivo anche il canto struggente di Hayward (uno degli interpreti più sottovalutati della storia del rock) e armonie vocali degne delle opere lirico-sinfoniche.
Testo e Traduzione da musicaememoria.com
Nights in white satin
Never reaching the end
Letters are written
Never meaning to send
Beauty had always miss
With these eyes before
Just what the truth is
I can’t say anymore
Cause I love you
Yes I love you
Oh oh I love you
Gazing at people
Some hand in hand
Just what I’m going through
They can’t understand
Some try to tell me
Thoughts they cannot defend
Just what you want to be
You‘ll be in the end
And I love you
Yes I love you
Oh oh I love you
…..
Nights in white satin
Never reaching the end
Letters are written
Never meaning to send
Beauty had always mess
With these eyes before
Just what the truth is
I can’t say anymore
And I love you
Yes I love you
Oh oh I love you
And I love you
Yes I love you
Oh oh I love you
Notti in raso bianco (1)
non arrivano mai alla fine
lettere scritte
non significa che siano spedite
La bellezza si è sempre perduta
in questi occhi.
Quale sia realmente la verità
non sono più in grado di dirlo.
Perché ti amo
sì, ti amo
ti amo
Guardo la gente
che cammina mano nella mano
proprio quello che sto per fare
Loro non lo possono capire
qualcuno tenta di attribuirmi
intenzioni che non possono condividere.
Semplicemente, quello che tu vuoi essere
alla fine lo sarai.
Ed io ti amo
sì, ti amo
ti amo
…..
Notti di raso bianco
non arrivano mai alla fine
lettere scritte
non significa che siano spedite
La bellezza si è sempre confusa
in questi occhi.
Quale sia realmente la verità
non sono più in grado di dirlo.
Ed io ti amo
sì, ti amo
ti amo
Ed io ti amo
sì, ti amo
ti amo
(1) Probabilmente il raso bianco di una camicia da notte, oppure delle lenzuola del letto di lei.
Le notti in raso bianco – si legge, inoltre , su OndaRock – sono quelle dell’amore perduto o mai corrisposto, del rimpianto e dello sconcerto (“Just what the truth is/ I can’t say anymore”). Sono il tempo delle confessioni mai fatte, delle lettere scritte e mai inviate (“Letters I’ve written, never meaning to send”). Un amore inespresso che si consuma in un sospiro, in quell’ I love you di un ritornello tanto breve quanto drammatico, in cui Hayward sale bruscamente di registro: l’agonia, enfatizzata dagli arrangiamenti orchestrali e dalle armonie vocali riverberate, si stempera poi nella magia dell’assolo di flauto di Ray Thomas,
Nights in white satin si è conquistato un posto nella hall of fame delle canzoni immortali.
QUI la copertina del vinile 45 giri del complesso The Moody Blues del 1967
QUI per ascoltare la versione originale del 1967
qui per ascoltare una recente versione dal vivo (2018) dei Moody Blues
Immagine in evidenza: foto di Rachel Coyne su UNSPLASH
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