Behind the Wall
È il titolo di una canzone del 1988 scritta da Tracy Chapman, una cantante americana autrice di molti testi socialmente impegnati. “Behind the wall” è uno di essi (fa parte dell’album di esordio).
Una canzone che non ha bisogno di molte spiegazioni. Dentro c’è tutto e molto chiaro: c’è un litigio, e questo avviene tra persone che in teoria dovrebbero volersi bene e rispettarsi reciprocamente (in questo caso sono addirittura marito e moglie); c’è la violenza contro una donna; c’è qualcuno, un estraneo, che sente il litigio, e chiama la polizia; c’è la polizia che arriva sul luogo della violenza e poi se ne va senza fare nulla; ci sono le urla e le lacrime di chi soffre e l’angoscia e il senso di impotenza di chi vorrebbe fare qualcosa perché il peggio non accada. E invece accade.
35 anni fa come oggi.
QUI per ascoltare la canzone di Tracy Chapman
TESTO
Last night I heard the screaming
Loud voices behind the wall
Another sleepless night for me
It won’t do no good to call
The police always come late
If they come at all
And when they arrive
They say they can’t interfere
With domestic affairs
Between a man and his wife
And as they walk out the door
The tears well up in her eyes
Last night I heard the screaming
Then a silence that chilled my soul
I prayed that I was dreaming
When I saw the ambulance in the road
And the policeman said
“I’m here to keep the peace
Will the crowd disperse
I think we all could use some sleep”
TRADUZIONE
Ieri notte ho sentito le urla
Voci forti dietro il muro
Un’altra notte insonne per me
Non servirà a nulla chiamare
La polizia arriva sempre tardi
Ammesso che vengano
E quando arrivano
Dicono che non possono interferire
Con gli affari interni
Tra un uomo e sua moglie
E mentre escono dalla porta
Le lacrime le salgono agli occhi
Ieri notte ho sentito le urla
Poi un silenzio che mi gelò l’anima
Ho pregato che stavo sognando
Quando ho visto l’ambulanza sulla strada
E il poliziotto ha detto
“Sono qui per mantenere la pace
La folla si disperderà
Penso che tutti noi avremmo bisogno di dormire un po’”
La canzone mette bene in evidenza i due piani del problema: la persistenza di comportamenti violenti degli uomini nei confronti delle donne; i molti limiti che spesso mostrano le nostre società evolute nell’impegno, di cui pure sono investite, di garantire i diritti che stanno alla base della convivenza civile.
Sul primo piano:
è sacrosanto condannare il maschilismo, ma poi bisogna ragionare concretamente sul da farsi. Davvero possiamo pensare che ce la caviamo con un po’ di educazione sentimentale? Indubbiamente si tratta di un fenomeno complesso nel quale entrano in gioco vari fattori. Residui di cultura patriarcale? Può essere. Ma è solo questo? Qualcuno ha messo in rilievo il fatto che accanto a casi in cui responsabili delle violenze sono maschi adulti, per i quali si può parlare di epigoni del maschilismo patriarcale, ce ne sono altri (non pochi) in cui i responsabili sono giovani (spesso coetanei delle vittime) per i quali parlare di educazione patriarcale è un po’ fuori contesto; non è invece fuori contesto il fatto che i giovani sono i principali fruitori di tutto ciò che oggi costituisce il nuovo mainstream educativo, che non è la scuola o la famiglia ma i social network i quali spesso incentivando atteggiamenti egotici giungono a legittimare l’agire istintuale e violento.
Sul secondo piano:
ciò che viene chiamata in causa è la mancanza di strumenti adeguati nella tutela dei diritti dei cittadini. Senza cedere alla sciocchezza secondo la quale i diritti in una società come la nostra sono solo formali (andiamo a dirlo alle donne iraniane che da noi la parità tra uomini e donne è solo formale) bisogna in qualche modo rafforzarli. Evidentemente quanto si e fatto non è ancora sufficiente. Inoltre è necessario introdurre migliori strumenti di intervento preventivo. Va bene l’educazione sentimentale ma bisogna anche creare le condizioni perché le donne in pericolo vengano adeguatamente aiutate e protette, non basta avere norme per “punire” i violenti.
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